Sono andato a letto presto

Mostra fotografica di Sergio Sechi

 

1984-2014: un’assenza di trent’anni, con pellicole, stampe e rullini irrimediabilmente perduti, lunghe stagioni di astinenza dall’obiettivo fotografico per costruirsi una nuova identità professionale in tutt’altro settore e in un’altra città. È stato questo frammento biografico a suggerire il titolo per la prima mostra personale del fotografo romano Sergio Sechi.

 

Un appuntamento voluto per celebrare il ritorno a certe consuetudini, come la scelta dell’inquadratura, la messa a fuoco, lo studio della luce, ritrovando quella metodologia appresa nelle aule e in camera oscura, alla quale si è aggiunta, con misura, l’esperienza digitale.

Uno sguardo, quello del fotografo, che ha raggiunto una sensibilità consapevole e adulta e non si è accontentato di riscoprire sapientemente un gesto meccanico, ma ha voluto studiare avidamente il percorso dei grandi maestri della fotografia.  Una corsa ad inseguire quel tempo perduto, (Longtemps, je me suis couché de bonne heure è una citazione della Recherche proustiana, che Sergio Leone ha poi inserito nelle sue pellicole) supportato in particolar modo dall’ottimo stampatore Luciano Corvaglia.

 

E così, in compagnia del giocoso mondo dell’arte performativa romana, dai rivenditori -un po’ banditi- di vecchi apparecchi fotografici, il laboratorio di Sergio Sechi si è andato ricomponendo, con tutti i dispositivi, vecchi e nuovi, in piena efficienza.

Negli anni recenti, molti sono stati i ritratti e le foto scattate nel corso di eventi d’arte, di rievocazioni storiche e all’interno di set con luci ben calibrate e soggetti in posa.

Ma, agli scatti ‘su richiesta’ si sono affiancati quelli in libertà, con pellicole che colorano di passato spiagge di recentissime estati, in compagnia di ragazzi che si tuffano ‘a bomba’ e bagnanti assopiti, dentro caseggiati condominiali che profumano di sughi a lunga cottura o con sogni che si concretizzano in set improvvisati nella ritrovata campagna romana, oppure nelle incursioni nei festival d’oltralpe, dove piccoli squarci di poesia si fanno spazio nei capannoni fieristici. E ancora Trastevere, fonte inesauribile di episodi rubati a turisti e abitanti, le borgate, con i loro protagonisti di romanzi non più criminali, le grandi reti abbandonate dai pescatori a Fiumicino, con gli homeless che si rivelano ottimi assistenti e il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz, angolo di paradiso per fotografi curiosi.

Un’attenzione delicata e preziosa è quella di Sechi per i bambini; spesso ‘impuniti’, come si dice a Roma: piccole teppiste dal volto angelico, alle quali la fortuna ha regalato dei genitori artisti e alla cui vitalità esplosiva è impossibile resistere.

 

Altra passione del fotografo, quella per gli apparecchi a sviluppo istantaneo, o semplicemente su pellicola, dove la frammentazione verticale per ottenere due foto in un unico scatto diventa un espediente per inserire una pausa, per movimentare un orizzonte statico con una tensione spiazzante e facendo in tal modo sorprendentemente propria quella lezione di Man Ray:

 “Al momento di scattare le foto, o lavorando in camera oscura, ho sempre evitato tutte le regole fisse, ho mischiato gli elementi più assurdi, ho usato pellicole scadute, ho commesso crimini odiosi contro la chimica e la fotografia, ma nessuno è in grado di accorgersene”.

 

Un mondo di sogni incantati quello di Sergio Sechi, come i vecchi luna park, dove la paura è finta e ci si diverte a esorcizzarla, dove i giostrai sono maestri di vita e tutto sembra un adolescenziale universo ancora da scoprire, con gioia e timoroso stupore.

 

 

 

Maria Arcidiacono

Maria Sole Mansutti 
attrice